
Fuori Traccia
Storie di ribellione, identità e nuove possibilità
Fotografie di Tiziana Amico, Gabriela De Giacomo, Benedetta Di Ruggiero, Maria Di Stefano, Tim Gassauer & Manu Grueber, Alex Huda, Giulio Longo, Niccolò Quaresima, Jesús Umbría Brito, Greta Valente.
Non tutto ciò che devia è errore. A volte è l’unico modo possibile per continuare a muoversi.
Fuori Traccia prende forma in questo scarto: uno spostamento rispetto a percorsi che sembrano già scritti, ma che non riescono più a contenere la complessità delle esperienze contemporanee. Crescere, appartenere, abitare un luogo, prendere posizione — sono tutte azioni che qui si sottraggono a una direzione univoca, aprendo a traiettorie instabili, spesso invisibili.
I progetti riuniti in mostra si muovono lungo linee diverse, ma condividono una stessa tensione: quella di esistere fuori da una narrazione dominante.
Nelle pratiche che attraversano l’adolescenza, la crescita si allontana da ogni linearità. Diventa uno spazio instabile, segnato da fratture e ridefinizioni: maternità precoci, identità sospese tra più appartenenze, comunità costruite ai margini, desideri che non trovano riconoscimento. Qui il passaggio all’età adulta non segue un’evoluzione prevedibile, ma si configura come un continuo negoziarsi.
Nel confronto con il paesaggio e il vivente, così come nelle dinamiche politiche e nelle forme di costruzione dell’identità, lo scarto rispetto alla traccia diventa evidente. Il territorio smette di essere uno sfondo e si rivela come uno spazio attraversato da relazioni complesse, in cui umano e non umano coesistono, si influenzano e si trasformano reciprocamente. Allo stesso tempo, ciò che appare come dato — la storia, l’appartenenza, il potere — si incrina, mostrando le tensioni che lo attraversano. Le immagini non si limitano a registrare queste condizioni, ma le espongono, aprendo fratture tra memoria e presente, tra comunità e istituzioni, tra ciò che è riconosciuto e ciò che resta ai margini.
È in questo slittamento continuo che anche l’identità perde stabilità. I corpi e le soggettività non si definiscono una volta per tutte, ma emergono come processi, costruiti nel tempo attraverso relazioni, attraversamenti, possibilità parziali. Lo scarto non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa, che riguarda il modo in cui si cresce, si abita e si prende posizione.
Fuori Traccia non propone una direzione alternativa né un nuovo modello da seguire. Piuttosto, invita a sostare in questa instabilità, riconoscendola come uno spazio produttivo, in cui possono emergere nuove forme di relazione, appartenenza e immaginazione.
a cura di Laura Tota
AUTORI E AUTRICI IN MOSTRA:











Tiziana Amico | Nunca Fui Adolescente
Nunca Fui Adolescente di Tiziana Amico è un progetto a lungo termine che si sviluppa a partire da una relazione costruita nel tempo con un gruppo di giovani madri a Buenos Aires. Più che documentare una condizione, il lavoro prende forma attraverso prossimità, fiducia e condivisione, trasformandosi progressivamente in uno spazio di co-creazione. Al centro, una frattura precisa: quella tra adolescenza e maternità. Le protagoniste sono ragazze la cui vita è stata ridefinita precocemente, prima che potessero costruire un’identità autonoma. Non si tratta però di raccontare una mancanza o una deviazione, ma di restare dentro questa tensione, senza risolverla. Le immagini nascono da un processo condiviso, costruito attraverso conversazioni, incontri e scambi anche digitali. Non illustrano le loro vite, ma riflettono una relazione: come vogliono essere viste, come si raccontano, cosa scelgono di mostrare. La fotografia si sposta così da atto di rappresentazione a spazio di negoziazione. Il titolo del progetto emerge da una frase di una delle partecipanti: «Non sono mai stata adolescente, sono diventata subito madre». Non è solo una dichiarazione, ma il punto di condensazione emotiva del lavoro, che mette in discussione le categorie con cui leggiamo crescita e identità. Accanto alle immagini, la pratica della scrittura accompagna il processo, registrando ciò che sfugge allo sguardo: silenzi, contraddizioni, momenti di riconoscimento. Il progetto non costruisce una narrazione lineare né cerca soluzioni, ma insiste su una condizione fatta di ambivalenze: tra cura e stanchezza, visibilità e limite, fragilità e forza. Nunca Fui Adolescente non riduce queste giovani donne a simboli, ma le restituisce nella loro specificità. Presenze in trasformazione, che esistono al di fuori delle categorie che vorrebbero definirle.
Gabriela De Giacomo | Trai fiour pour Sablinna I Three flowers for Elisabetta
Ai piedi del massiccio del Marguareis, in un territorio appartato del Piemonte meridionale, alcune stazioni botaniche alpine custodiscono un patrimonio naturale tanto prezioso quanto fragile. In 56 aiuole organizzate per habitat crescono oltre 6.000 piante, appartenenti a più di 500 specie spontanee, ricollocate in ambienti che riproducono con precisione le condizioni originarie della montagna. Questi luoghi non sono semplici spazi di conservazione, ma archivi viventi di biodiversità, in cui ciò che altrove rischia di scomparire continua a esistere. È in questo contesto che si inserisce il progetto della fotografa Gabriela de Giacomo, che sceglie di non limitarsi a osservare, ma di costruire una relazione. Il lavoro mette in dialogo fotografia e poesia in lingua occitana (lingua romanza storicamente diffusa nelle valli alpine tra Francia e Piemonte), intrecciando immagini e parole in una struttura che non gerarchizza i linguaggi, ma li lascia agire insieme. Le immagini non illustrano i testi, così come i testi non spiegano le immagini: entrambi aprono uno spazio di risonanza. Ne emerge un percorso che invita a rallentare lo sguardo e a confrontarsi con ciò che resiste: le forme della natura, le lingue minoritarie, i gesti quotidiani di chi abita questi territori. Le piante, isolate e ricollocate in un sistema artificiale che simula il loro habitat, diventano presenze ambigue: segni di sopravvivenza ma anche tracce di una perdita già in atto. Accanto a loro, la lingua occitana riaffiora come un’altra forma di resistenza, fragile e tenace. Il lavoro di de Giacomo si muove in questa tensione, evitando ogni idealizzazione del paesaggio. Non c’è nostalgia, ma consapevolezza: ciò che vediamo è il risultato di un equilibrio instabile che richiede cura continua. In un tempo segnato da trasformazioni rapide e perdita di memoria, il progetto non si limita a documentare, ma pone una domanda: cosa siamo disposti a fare per ciò che sta scomparendo.


Benedetta Di Ruggiero | We are not youth any longer
Negli ultimi anni il confine orientale dell’Unione Europea è tornato al centro delle dinamiche strategiche del continente. Progetti come East Shield e Baltic Defence Line indicano un rafforzamento infrastrutturale e militare lungo Polonia e Paesi baltici, in risposta a un equilibrio geopolitico profondamente mutato dopo la guerra in Ucraina. Si tratta di interventi che mirano a consolidare la difesa dei confini attraverso tecnologie avanzate e nuovi sistemi di controllo, inserendosi in una più ampia politica europea di riarmo. Ma è fuori dalla scala delle mappe che queste trasformazioni diventano concrete. In questo scenario, adolescenti e giovani si trovano al centro di un sistema che li coinvolge direttamente: non come osservatori, ma come soggetti destinati a sostenere e abitare queste strategie. Crescono in un clima attraversato da tensione, paura e incertezza, in cui il futuro si costruisce già sotto il segno della difesa. We are not youth any longer (non siamo più giovani), progetto di Benedetta Di Ruggiero, nasce da un viaggio lungo il confine orientale europeo, tra Polonia e Paesi baltici, e si concentra su chi questo confine lo vive quotidianamente. Il lavoro osserva paesaggi e comunità attraversati da politiche di riarmo, ma soprattutto si avvicina a una generazione la cui crescita si intreccia con la sicurezza dei territori. Ne emerge uno sguardo che non spettacolarizza il conflitto, ma ne registra le conseguenze diffuse: nei gesti, nelle aspettative, nelle scelte. L’adolescenza, tradizionalmente spazio di possibilità, qui si contrae e si ridefinisce, assumendo un peso anticipato. Il progetto non cerca risposte, ma mette a fuoco una condizione: cosa significa diventare adulti quando il tempo della crescita è già segnato dalla guerra.
Giulio Longo | Le Montagne hanno gli Occhi
La storia del movimento NO TAV non è solo quella di un’opposizione a un’infrastruttura, ma di una frattura che si è progressivamente allargata tra una comunità e lo Stato. In Val di Susa, territorio già segnato da trasformazioni e consumo di risorse, il progetto della linea ad alta velocità Torino-Lione introduce un ulteriore livello di pressione, ridefinendo il rapporto tra spazio, decisione e appartenenza. Al centro, un’idea di progresso percepita come inevitabile, capace di imporsi anche quando il costo diventa collettivo. Le montagne hanno gli occhi di Giulio Longo si muove dentro questa tensione senza cercare di semplificarla. Il lavoro non costruisce una narrazione lineare, ma si concentra sulle relazioni che emergono nel tempo: tra abitanti e territorio, tra cittadini e istituzioni, tra forme di resistenza e sistemi di potere. Negli ultimi trent’anni, la militarizzazione della valle, i procedimenti giudiziari e le pratiche repressive hanno inciso non solo sul paesaggio fisico, ma anche su quello simbolico. In risposta, assemblee pubbliche, comitati e reti di controinformazione hanno generato modalità autonome di organizzazione, costruendo un potere diffuso e radicato. La rappresentanza si incrina, e con essa l’idea di un equilibrio condiviso. Il progetto si articola attraverso una stratificazione di materiali: immagini dei presìdi, archivi, fotogrammi estratti da video, documenti tecnici e articoli si intrecciano in una narrazione che rifiuta un punto di vista unico. La fotografia non si limita a registrare, ma attraversa e mette in relazione, restituendo la complessità di ciò che accade. In questo spazio, l’immagine diventa uno strumento critico: non offre risposte, ma costruisce le condizioni per interrogare il potere e le sue trasformazioni.


Tim Gassauer & Manu Gruber | »PRIMAVERA«
Primavera di Tim Gassauer e Manu Gruber prende avvio dalla Val d’Ossola, territorio segnato da una delle esperienze più significative della Resistenza italiana: la Repubblica partigiana del 1944, durata quaranta giorni. Ma il progetto non si limita a ricostruire un episodio storico. Piuttosto, utilizza quella memoria come punto di partenza per interrogare il presente. Le immagini mettono in relazione paesaggio e figura umana, alternando vedute alpine e architetture a ritratti di giovani adulti che oggi hanno la stessa età dei partigiani di allora. Questo slittamento temporale non produce una semplice analogia, ma apre una tensione: cosa significa ereditare una storia di resistenza in un contesto che mostra segnali di nuove derive autoritarie? La collaborazione con la Casa della Resistenza di Verbania (istituzione dedicata alla conservazione e diffusione della memoria partigiana) introduce nel lavoro una dimensione d’archivio. Materiali storici — fotografie, documenti, tracce di vite quotidiane — si intrecciano con le immagini contemporanee, costruendo una narrazione che non separa nettamente passato e presente, ma li mette in dialogo. Primavera non propone una lettura nostalgica della storia, né una trasposizione diretta nel presente. Piuttosto, costruisce uno spazio di riflessione in cui il passato diventa uno strumento per leggere ciò che accade oggi. Le immagini non offrono risposte, ma insistono su una domanda implicita: quale posizione è possibile assumere, ora, di fronte a ciò che sembra ripresentarsi sotto forme diverse. In questo senso, il progetto non guarda indietro, ma utilizza la memoria come dispositivo attivo, capace di riattivare uno sguardo critico sul presente.
Alex Huda | Love Like a Monster
Arrivare a Hong Kong, nell’estate del 2023, significa per Alex Huda entrare in una città che amplifica tutto: le distanze, le presenze, ma soprattutto le assenze. È lì, nel pieno di una megalopoli iperabitata, che prende forma una solitudine più acuta, capace di incrinare il senso stesso di identità. Non si tratta solo di disorientamento geografico, ma di una frattura più profonda, in cui il sé smette di coincidere con ciò che è stato fino a quel momento. È dentro questa crepa che avviene l’incontro con la comunità Voidpunk: un insieme fluido di artisti e outsider che scelgono di sottrarsi alle categorie umane per ricostruirsi come entità altre, ibride, non riconducibili. Non è fuga, ma un gesto consapevole di riappropriazione. Da qui prende avvio Love Like a Monster, che non è semplicemente un progetto, ma un processo condiviso. I ritratti diventano spazi negoziati, costruiti insieme ai soggetti, che mantengono il pieno controllo del proprio corpo, della scena, della narrazione. L’immagine smette di essere rappresentazione e diventa un dispositivo attraverso cui esistere diversamente. Nel dialogo con i Voidpunk emergono riferimenti a mitologie antiche, racconti di trasformazione e pratiche di trasmutazione energetica che suggeriscono un’altra possibilità: non trovare sé stessi, ma generarsi. In questo contesto, l’artista non resta esterno a lungo. Viene riconosciuto, quasi chiamato in causa, invitato a esporsi, a costruire una propria Voidsona (una versione di sé reinventata come identità non umana, creata per esprimere liberamente aspetti profondi e non conformi). È un passaggio che implica rischio, corpo, paura. Ma è proprio lì che qualcosa si sposta. Quando, nell’autunno del 2025, Alex attraversa lo spazio pubblico nella sua nuova forma, non c’è più distanza tra immagine e identità. Love Like a Monster si apre allora come un territorio in cui l’autoritratto diventa atto di trasformazione reale, e l’amore smette di essere una ricerca esterna per configurarsi come una forza che nasce dall’interno, capace di ridefinire radicalmente il modo di abitarsi.


Greta Valente | It takes all kinds
L’incontro con il vivente, umano e non umano, non è mai neutro. È fatto di prossimità, di attenzione, di relazioni che si costruiscono nel tempo. Il progetto di Greta Valente parte da qui, spostando lo sguardo: non solo su ciò che viene osservato, ma su come si osserva. Nei contesti che attraversa — dai centri di recupero della fauna selvatica (CRAS, strutture che curano e riabilitano animali selvatici) alle pratiche quotidiane di chi vive la montagna — l’osservazione diventa un gesto attivo. Non è distanza, ma coinvolgimento. Si tratta di imparare a leggere segnali minimi, dettagli che orientano il rapporto tra esseri diversi. Un sapere che non si insegna, ma si costruisce nel fare. Il territorio emerge così come uno spazio di relazioni, in cui il vivente non è un oggetto, ma un interlocutore. I gesti quotidiani — osservare un animale, scegliere un albero, adattarsi alle stagioni — diventano forme di conoscenza. Anche gli animali sottoposti a tassidermia (tecnica di conservazione tramite imbalsamazione) non sono trofei, ma tracce di storie, segni di una relazione. Le immagini di Valente non spiegano, ma mettono in relazione. Le distinzioni tra umano e animale, naturale e culturale, si fanno meno rigide, lasciando emergere forme di convivenza basate su attenzione e adattamento. Qui percepire non significa guardare da fuori, ma prendere parte. Il territorio valdostano diventa uno spazio vivo, fatto di scambi continui. Non qualcosa da osservare, ma un luogo da abitare — e da cui lasciarsi cambiare.
Niccolò Quaresima | Fantamania
Fantamania di Niccolò Quaresima si costruisce come un’immersione nella complessità delle esperienze legate alla solitudine, all’ansia sociale e alla costruzione di sé all’interno della comunità queer. Il progetto non descrive queste condizioni, ma le attraversa, restituendo una dimensione in cui fragilità e resistenza convivono. Al centro, la tensione tra isolamento e bisogno di appartenenza. Quando le strutture familiari si incrinano o non sono più sufficienti, emergono le famiglie elettive (reti di relazioni scelte, basate su supporto emotivo e riconoscimento reciproco), che diventano spazi fondamentali in cui potersi esprimere senza mediazioni. È in questo equilibrio instabile che il lavoro prende forma. I cinque “mostri” presentati in mostra incarnano visivamente queste tensioni. Sono corpi costruiti, stratificati, deformati, che sfuggono a una definizione precisa. Non rappresentano qualcosa di esterno, ma prendono forma da stati interni: paure, paranoie, desideri. Figure totemiche che non spiegano, ma persistono, come presenze che abitano una soglia ambigua tra protezione e minaccia. La collaborazione con la stilista trans Trashycouture (designer che lavora attraverso pratiche di upcycling, ovvero riutilizzo creativo di materiali esistenti) è centrale: i tessuti non rivestono il corpo, ma lo trasformano, lo espandono, lo rendono instabile. L’identità si dissolve nella materia. Realizzati durante la residenza presso viaFarini, questi lavori non costruiscono una narrazione lineare, ma un campo di esperienza. Esposti come presenze autonome, i mostri attivano un confronto diretto: non chiedono di essere compresi, ma di essere attraversati.


Greta Valente | It takes all kinds
L’incontro con il vivente, umano e non umano, non è mai neutro. È fatto di prossimità, di attenzione, di relazioni che si costruiscono nel tempo. Il progetto di Greta Valente parte da qui, spostando lo sguardo: non solo su ciò che viene osservato, ma su come si osserva. Nei contesti che attraversa — dai centri di recupero della fauna selvatica (CRAS, strutture che curano e riabilitano animali selvatici) alle pratiche quotidiane di chi vive la montagna — l’osservazione diventa un gesto attivo. Non è distanza, ma coinvolgimento. Si tratta di imparare a leggere segnali minimi, dettagli che orientano il rapporto tra esseri diversi. Un sapere che non si insegna, ma si costruisce nel fare. Il territorio emerge così come uno spazio di relazioni, in cui il vivente non è un oggetto, ma un interlocutore. I gesti quotidiani — osservare un animale, scegliere un albero, adattarsi alle stagioni — diventano forme di conoscenza. Anche gli animali sottoposti a tassidermia (tecnica di conservazione tramite imbalsamazione) non sono trofei, ma tracce di storie, segni di una relazione. Le immagini di Valente non spiegano, ma mettono in relazione. Le distinzioni tra umano e animale, naturale e culturale, si fanno meno rigide, lasciando emergere forme di convivenza basate su attenzione e adattamento. Qui percepire non significa guardare da fuori, ma prendere parte. Il territorio valdostano diventa uno spazio vivo, fatto di scambi continui. Non qualcosa da osservare, ma un luogo da abitare — e da cui lasciarsi cambiare.
Jesús Umbría Bito | Familia Real
Familia Real nasce come una pratica che si costruisce nel tempo, fatta di presenza, relazioni e incontri. Per Jesús Umbría Brito la fotografia non è solo uno strumento, ma uno spazio condiviso, un territorio in cui si formano legami e si definisce una comunità scelta. Il lavoro si inserisce in una linea che guarda alle esperienze di fotografi come Jim Goldberg e Mary Ellen Mark, riprendendo un interesse per i margini e per chi li abita. Ma qui non c’è distanza: lo sguardo nasce da un coinvolgimento diretto, dal desiderio di appartenere. Le immagini si muovono all’interno di una dimensione sospesa, segnata dal periodo post-pandemico, in cui gruppi di giovani legati alla controcultura punk prendono forma come una costellazione di gesti, corpi, relazioni. Non sono ritratti isolati, ma frammenti di una comunità in divenire, in dialogo con chi li ha preceduti. Al centro del lavoro c’è una tensione costante: quella tra il bisogno di far parte di qualcosa e la consapevolezza di restarne sempre, in parte, ai margini. È questa condizione a orientare lo sguardo dell’autore, che si avvicina senza mai risolversi completamente dentro. Familia Real si costruisce così come uno spazio in cui identità e appartenenza non sono mai date una volta per tutte, ma emergono nel continuo movimento tra vicinanza e distanza. Più che raccontare una comunità, il progetto la attraversa, lasciando affiorare le fragilità e le forme di sostegno che la tengono insieme.



