Lou Duca

Lou Duca

Lou Duca, da sempre appassionato di arti applicate, consegue la maturità in Oreficeria e si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti e laurearsi con lode.

Nel 2020 è stato selezionato tra i cinque artisti vincitori del Best N.I.C.E. Prize. È del 2022 la sua ultima personale a Roma, “DISSOLVENZE”, presso la Galleria Triphé. Partecipa ad altri eventi e mostre collettive come “Siderare”, presso Fondazione Volume a Roma, nel 2015 e Cartelloni, l’arte si fa per strada, a Piacenza nel 2021.

LA BELLA

AFRODITE

Il lavoro di ricerca

Lou Duca realizza sculture e décollage utilizzando diversi media. Con un approccio concettuale cerca di affrontare un’ampia scala di tematiche utilizzando un linguaggio che si muove su più livelli, coinvolgendo lo spettatore in un modo talvolta fisico e sensoriale. Contestando la divisione tra la sfera della memoria e quella dell’esperienza, usa un vocabolario visivo che affronta numerose tematiche sociali e globali.

Assenza

«Il ricorso tecnico […] alla decostruzione scultorea dell’artista romano mette in scena una latente dissoluzione della perfezione: non un atto dissacratorio o una sorta di damnatio memoriae estetica, bensì un tentativo di scuotere il pubblico dal suo torpore visivo», scrive la storica dell’arte Rossella Della Vecchia a proposito delle opere di Lou Duca.

Attraverso il décollage prima, la scultura e l’installazione audio-video poi, l’artista mette perennemente in atto un processo di accompagnamento dellә fruitorә verso la mancanza di ciò che ellә crede lә appartenga così profondamente da non poter esserlә tolto mai.

L’artista suscita così in chi osserva le sue opere un sentimento che potremmo definire d’amore nel cercare di sventare il presagio della perdita.

Nello specifico, lo scioglimento della scultura dalle fattezze classiche, la visione della sua progressiva dissoluzione, provoca il desiderio di preservarla dal disastro di una sua possibile assenza. Del resto, il concetto di mancanza altro non è che il substrato semiotico sotteso alle parole desiderio, disastro, amore.

Giulio Cesare, nel De bello gallico, parla dei desiderantes come di quei soldati che al termine della giornata di battaglia, di notte, sotto e pur nella mancanza (de-) delle stelle (sidera), attendevano speranzosi il ritorno all’accampamento dei loro compagni. Disastro è ciò che avviene nella perdita della luce (dis-, senza, astro, stella). Amore è figlio di Poros, dell’ingegno, e di Penìa, della povertà, costretto perennemente a ricercare ciò che gli manca: quel che acquista gli sfugge sempre via.

Lou Duca scuote così lә fruitorә dal proprio torpore visivo generando nel vuoto della perdita il riscatto dell’amore. Ciò che lә fruitorә qui tende a desiderare è la bellezza, intesa nello spessore culturale e storico della civiltà che ci ha dato i natali. Nella proiezione della sua assenza, l’artista induce le nostre certezze culturali a tremare per necessità, perché une valeur qui ne tremble pas est une valeur morte .

Trema allora il valore della bellezza e l’assenza stessa diventa un valore da regalarci per far risuonare nel vuoto il suono dell’amore.

A cura di Stefania Dubla

Nota: il progetto Assenza di Lou Duca è realizzato con le musiche di Samuele Cestola (Loreto, 1988), in arte Samovar, musicista, sound designer e performer.
Nel 2015 lavora al suo primo live set (FAK FEK FIK le tre giovani, Trilogia Werner Schwab) vincendo il Roma Fringe Festival come miglior spettacolo. Da lì in poi le atmosfere iniziali, prettamente elettroniche, si fondono con quelli che sono gli ambienti del nostro quotidiano, interrogandosi su quanto la musica possa essere “performer” o addirittura una voce aggiunta nella pièce teatrale. Studia sound design con Franco Visioli (Stabilemobile – Antonio Latella) e debutta alla Biennale di Venezia con il progetto registi Under 30 (The making of Anastasia – Martina Badiluzzi). Continua a sperimentare diversi scenari e diversi linguaggi, collaborando con registi teatrali, opere multimediali, danzatori. Proprio con quest’ultimi, il coreografo Pablo Tapia Leyton (Balletto di Roma) e il collettivo M.I.N.E. sperimenta l’assenza di testo nella pièce costringendo la musica ad essere voce narrante assoluta.

 

IG: @lou_duca

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Giulia Perin

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