Meet the artist: intervista a Daniele Cabri

Narratore visivo delle “storie dell’umanità”, Daniele Cabri ci racconta la sua arte fatta di memorie sgretolate e ricomposte che emergono nei suoi due media del cuore: la pelle e il fuoco

Le tue coordinate, anagrafiche e geografiche.

Mi chiamo Daniele Cabri. Sono nato a Sassuolo il 25 maggio 1965. Risiedo e ho condotto gli studi dove lavoro: tra Guiglia, sulle colline di Modena, e la mia frazione d’origine Rocchetta. Negli ultimi anni frequento spesso Milano, Venezia e Torino.

Definiresti il tuo percorso formativo lineare o atipico?

Abbastanza lineare all’inizio, almeno per un artista in erba; poi forse un po’ atipico in itinere. Ho frequentato fin da quando avevo dodici anni un mio parente scultore di marmo, che mi trasmise fin da subito i primi rudimenti necessari per scolpire terracotta, legno, pietra ed infine marmo di Carrara. Sono andato a bottega, una di quelle in stile rinascimentale, come si faceva una volta. In seguito, a quattordici anni, lasciai le mie amate colline per iscrivermi all’Istituto D’arte “Venturi” di Modena, nella sezione di Grafica pubblicitaria. Lì era possibile frequentare corsi di fotografia, grafica, disegno dal vero e soprattutto plastica, dove si modellava la creta. In quella materia mi trovai a mio agio: il mio istinto trovò la sua casa.

Conclusi i cinque anni mi iscrissi al D.A.M.S. di Bologna, ai corsi del professore Renato Barilli. Esperienza interessante, ma che durò poco perché mi accorsi che non ero fatto per quel percorso prettamente teorico. Ricordo che di ritorno dal servizio militare cominciai a dipingere muri come se lo avessi sempre fatto: d’istinto dipingevo come i muralisti messicani, con qualcosa di naif. Cominciai dai muri di casa, per uscire fuori a dipingere su committenza.

Negli ultimi cinque, sei anni ho voluto dare una ulteriore svolta al mio “fare creativo” e ho frequentato spesso Milano per aggiornarmi sul mondo dell’arte tramite seminari artistici e incontri con artisti e curatori. Sono state esperienze davvero positive e proficue: in particolare quelle con critici come Ivan Quaroni e docenti-critici come Luca Panaro, Giuseppe Frangi, e con M. Cavallarin a Venezia.

Quando eravamo amabili selvaggi secondo il cervo di Cabri Daniele, Pelle animale incisa a fuoco, 200x83 cm, 2018

Ogni artista si differenzia per uno stile particolare, dato da una sommatoria di fattori differenti. La tua ricerca predilige un mezzo espressivo o una tecnica in particolare? Nelle tue opere vi è qualcosa di inevitabilmente ricorrente, a livello di soggetto o messaggio? Quali sono i tratti distintivi della tua ricerca? 

Fin da bambino sono stato affascinato dalla dimensione del tempo, dove le cose si ramificano in varie fasi e cambiano per poi ritrovarsi; quelle varie fasi che hanno pause tra loro mi danno una eccitazione corporale come scosse elettriche che ancora ora sento come farfalle nello stomaco. Di quelle prime volte ho un ricordo intensissimo. Nel tempo risiedono le storie, o meglio si possono dispiegare le “storie dell’umanità”: degli uomini singoli, delle cose quotidiane; lì mi piace stare, essere un narratore visivo. Già da bambino ero attratto dal segno grafico duro e aspro. La mia mano era pesante, proprio come quella dello scultore, e quando disegnavo facevo solchi sulla carta come fossi un contadino che ara: la carta allora rimaneva infossata al centro e rialzata ai lati come volesse rialzarsi dal tavolo per volare via.

In seguito, passai alla pittura, ma era sempre il segno che dominava. Il primo passo quando sono emozionato da qualcosa che mi ha colpito è il disegno, in genere brevi schizzi, poi scatto varie foto che rielaboro anche con il computer, infine ritorno al disegno che diventa incisione a fuoco sul materiale che uso attualmente: la pelle.

La pellicola dove risiede il “tempo” diventa pelle, lì sopra faccio accadere tutto con le vampate di fuoco della fiamma ossidrica e la punta elettrica del pirografo. Raffiguro come fossi un uomo primitivo i lineamenti delle persone, degli animali e delle cose del mio villaggio che ormai sono morte e dei pochi rimasti vivi; ricompongo sequenze di vita che un tempo ho visto, diventando il regista occulto degli avvenimenti. Ne esce fuori un mondo western emiliano aspro e dolce allo stesso tempo.

Le tue fonti di ispirazione. Da dove scaturiscono le idee di nuovi progetti o lavori? Attualità, letture, circostanze casuali oppure ossessioni personali?

A volte è un lampo di attualità che mi emoziona e che per forza devo bloccare nel tempo, altre volte sono lavori di artisti che incontro e da cui assorbo quello che più mi colpisce. Rubo come un ladro cercando di elaborare con la mia sensibilità! Ora che non sono più giovane però seguo principalmente la mia ossessione per il tempo, per la sua capacità di sgretolare le cose e di cambiarle. Entriamo così nell’immenso mondo delle “memorie”, da cui fin da bambino non sono mai uscito: l’arte mi permette di elaborarle, anche adesso durante la vita adulta.

Il primo amore non si scorda mai. Qual è l’opera o l’artista che in qualche modo ha lasciato un segno nel tuo percorso?

Di sicuro mi viene in mente Michelangelo con la sua “terribile” energia nel segno e nel colore. Poi Lucian Freud, Ansel Kiefer, Van Gogh, Ligabue, Soutine, F.Bacon, Donatello e tutti i muralisti messicani.

Vita di Paese di Cabri daniele, Pelle animale incisa a fuoco, 100x200 cm, 2017

Il rapporto/confronto tra artista emergente e curatore: lo definiresti necessario, occasionale o superfluo?

Di sicuro si tratta di un rapporto fondamentale, ma non è detto che si costruisca e si evolva nel modo ideale. Personalmente da qualche anno ho rapporti assidui con diversi critici e curatori a Milano: ci si stimola a vicenda, e questo è un bene, anche se a volte il critico rischia di invadere troppo la sfera creativa dell’artista modificando eccessivamente le sue strade creative, snaturandolo. Ci sono casi, però, in cui un intervento esterno gli permette di ritrovarsi al meglio e di scoprire cose di sé impensabili, cosa che è successa a me negli ultimi anni.

Stai lavorando a qualche progetto futuro in particolare? Una mostra o una serie di opere nuove?

Sì, proprio ora ho concluso un’opera a cui tengo molto che si intitola Quando eravamo amabili selvaggi…: è una installazione ambientale visiva, sonora, olfattiva e tattile. Una specie di grande igloo o yurta rivestita di tanti pezzi di pelle su cui ho raffigurato con il fuoco il mio mondo natio, il tutto cucito insieme con spago e legato con laccetti di cuoio alla struttura di legno. La presento in concorso nella sezione delle installazioni Indoor del bando Think BIG!. Sto aspettando l’esito.

Gli spettatori potranno entrare direttamente nell’igloo e contemplarlo come se fossero all’interno di una antica grotta, sulle cui pareti saranno incisi segni grafici raffiguranti un mondo sconosciuto. In più potranno ascoltare suoni lontani che avranno la capacità di richiamare antiche memorie sinestetiche.

Requiem in fondo al mare di Cabri Daniele, pastello su legno bruciato, 120x100 cm, 2015

 Se un giovane ti chiedesse un consiglio su cosa è indispensabile per un artista agli esordi? 

Di sicuro lavorare su se stessi come individui per crescere, affrontare i propri problemi, maturare a livello di coscienza per potersi rapportare al meglio con il mondo. Poi valutare con precisione la propria passione: se non se ne può fare a meno buttarsi anima e corpo per realizzarla, facendo tutte le esperienze possibili, perché ogni cosa che ci accade come artisti e come persone ci fa crescere ed evolvere.

La prima opera d’arte venduta segna una svolta, attesta il passaggio da un livello di produzione privato e personale a una dimensione professionale. Che ricordi hai in merito? A parte la mera transazione economica, tra artista e collezionista normalmente si crea un rapporto elettivo di scambio reciproco?

Avvenne attorno ai vent’anni. Mi sorprese molto che qualcuno volesse pagarmi profumatamente per qualcosa che io avevo, fino a quel momento, considerato solo come massima espressione di libertà e valore.

Ricordo una sensazione di incredulità quasi bambina, inaspettata, ma anche di spaesamento e lacerazione per dover lasciare la mia opera, ciò che ero stato per un certo lasso di tempo, dovermi abbandonare da me. In seguito, fu sorprendente il bellissimo rapporto che nacque con il collezionista che aveva visto cose impensabili nella mia opera, qualità che nemmeno io conoscevo: è stato come essere invaso da una forza luminosa, sapere di avere un proprio posto e luogo nel mondo. Capii che potevo essere un artista e che la strada iniziava da quel primo passo.

La biografia Umana e quella Animale dialogano nelle opere del tuo progetto “Quando eravamo selvaggi”. Puoi parlarci della sua genesi e delle sue prospettive future?

Le prospettive future sono quelle dell’installazione ambientale di cui vi ho parlato prima; tutto il lavoro con pelle probabilmente si concluderà lì: poi non so come sarà il futuro. Di sicuro vorrei portare in giro per il mondo questo lavoro!

Si tratta infatti di un traguardo importantissimo per me, sia a livello creativo che personale, mi gioco tutto, è l’apice di un lavoro lungo cinque anni a cui non vedevo l’ora di arrivare. D’altronde le forze psichiche non reggono per sempre, ma questa estate sono riuscito a trovare una convergenza di intenti per riuscire a finire l’opera. Da tempo immemore cerco il miglior medium con cui esprimermi, che segua ogni anfratto del mio essere e ne sia la sua immagine. Ora come ora credo di essere riuscito a trovarlo nella pelle e nel fuoco con cui poterla trasfigurare al meglio. La pelle, fin dalle origini dell’uomo, ci protegge dal mondo esterno e allo stesso tempo ci trasmette le sue informazioni più nascoste: su di sé trattiene la traccia delle ferite che poi saranno l’immagine profonda riportata fedelmente in chi le osserva.

Spesso cucio frammenti di diverse pelli per creare nuove connessioni fisiche, per ricordarci che le ferite con il tempo si cicatrizzano. Metto insieme mondi, come metto insieme pelli, storie, avvenimenti sognati e reali. Do valore a questo materiale poco considerato nel mondo dell’arte, come uno sciamano ridò vita all’essere che abitava all’interno di questo involucro protettivo. A tutte le persone, gli animali, le cose quotidiane che hanno un’anima nel mio borgo natio ridò un corpo in pelle, per farle ritornare in qualche modo vive.

Tre hashtag indispensabili per definire la tua poetica e a cui non potresti mai rinunciare…

Vi risponderò in inglese, per proiettarmi già nel futuro prossimo: #skin, #fire, #home, #memories.

Polifemo di Cabri daniele, legno bruciato, 150x100 cm, 2015

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